Venerdì 26 giugno ho partecipato a The Geopolitical Edge – Chi controlla il futuro? AI, energia e potere nel mondo che cambia, il forum organizzato da Sandwich Club a Villa Arese Lucini. Una mattinata densa di interventi — dai keynote introduttivi di Giuliano Noci, Brunello Rosa e Anna Lambiase ai quattro “salotti tematici” che hanno attraversato finanza innovativa, energia, dual use e comunicazione.
Sono intervenuto nel Salotto 4, dedicato a Comunicazione & Narrativa, in un dialogo con Guido Maria Brera, con Giulio Centemero a raccogliere poi i fili del confronto nella sintesi finale. Il tema affidatoci era tutt’altro che semplice: comunicare nella frammentazione, ovvero come si costruisce ancora fiducia in un mondo di ecosistemi informativi separati, dove la post-verità non è più un’eccezione ma una condizione ordinaria del dibattito pubblico.
Ho scelto di partire da due piccoli esempi, quasi aneddotici, perché credo aiutino a illustrare bene il problema di cui parliamo oggi. Quante volte abbiamo sentito dire che Einstein era un cattivo studente, in particolare in matematica? È un mito che circola da decenni, ripreso ovunque come prova che il genio nasce spesso dal fallimento scolastico. Peccato che sia falso: Einstein eccelleva in matematica e fisica fin da bambino.
L’equivoco nasce probabilmente da una confusione sui sistemi di valutazione scolastica svizzeri, dove le scale di voto erano invertite rispetto a quelle a cui siamo abituati -ma forse, più semplicemente, nasce dal nostro desiderio collettivo di credere che il genio debba necessariamente passare per il fallimento.
Stessa cosa per gli spinaci e il ferro. Tutti crescono convinti che gli spinaci siano un alimento eccezionale per il contenuto di ferro -un’eredità diretta di Braccio di Ferro. In realtà contengono circa 2,7 milligrammi di ferro per 100 grammi, una quantità nella norma, molto inferiore a quella del fegato, del cacao amaro o dei frutti di mare. L’origine, secondo alcuni, sarebbe un errore di trascrizione decimale commesso da un chimico tedesco nel 1870 -anche se questa storia è oggi contestata dagli storici della scienza.
Cosa ci insegnano questi due esempi, apparentemente banali? Che le persone non si attivano sempre per verificare le informazioni che ricevono. Tendiamo a fidarci, quando non siamo particolarmente interessati a un argomento, di quello che leggiamo o sentiamo, in modo acritico. E con la frammentazione dei media contemporanei, la quantità di informazioni che dovremmo verificare è diventata semplicemente ingestibile. Questo sovraccarico informativo genera disinteresse -e il disinteresse colpisce anche temi che non sono affatto residuali.
I dati del rapporto Agcom sul consumo di informazione confermano questa dinamica: i più giovani, in particolare, percepiscono un sovraccarico informativo che riguarda il 19,6% di loro, e questo si traduce in disinteresse verso gli argomenti trattati per il 17%, alimentando una più generale sfiducia nei mezzi di informazione.
C’è un paradosso storico in tutto questo. Quando internet si è affermato, molti – i cosiddetti “integrati” – pensavano che la rete avrebbe democratizzato l’accesso all’informazione, rendendo tutti più consapevoli. Negli ultimi anni abbiamo invece capito che è successo l’esatto contrario: la proliferazione di canali e piattaforme ha allontanato l’utenza dalle fonti di informazione, contribuendo a creare quel clima di sfiducia che oggi caratterizza il sistema dei media, soprattutto quelli online.
Come si cambia rotta? Suscitando nuovamente fiducia. E qui entrano in gioco tre livelli di responsabilità: le istituzioni, le piattaforme, il mercato.
Sul piano delle istituzioni, il punto di partenza è l’educazione mediale, che deve iniziare dalla scuola -penso all’educazione civica, al patentino digitale. Un’educazione che deve insegnare prima di tutto a riconoscere le fonti affidabili, e poi a comprendere che i contesti in cui oggi avviene la fruizione dell’informazione -i social network, in primis -non sono nati con l’obiettivo di informare le persone. I loro algoritmi non sono costruiti per veicolare informazione corretta, ma per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti, attraverso contenuti che emozionano, dividono, catturano l’attenzione -a prescindere dalla loro veridicità.
E qui i dati Agcom sono piuttosto allarmanti: il 41% degli italiani dai 14 anni in su, e addirittura il 64,1% degli anziani, non ha alcuna consapevolezza di come funzionino gli algoritmi di raccomandazione.
Sul piano delle piattaforme, serve un impianto regolatorio che favorisca la trasparenza sulla provenienza delle fonti. L’EMFA, ad esempio, prevede norme dettagliate sulle modalità di finanziamento di TV e radio -ma sappiamo bene che l’ecosistema informativo si sta ampliando a soggetti nuovi, capaci di incidere sempre di più nei prossimi anni.
Agcom, in questo senso, ha già messo a terra negli ultimi tre anni una serie di regole rivolte agli influencer rilevanti, proprio per tutelare adeguatamente gli utenti. L’idea di fondo è semplice: se hai un seguito enorme, ti contendi il mercato con gli editori tradizionali, e quindi devi rispettarne le medesime regole. Con le linee guida e il codice di condotta, Agcom ha previsto che gli influencer si conformino ai principi generali del testo unico dei servizi di media -penso alla presentazione veritiera dei fatti, alla trasparenza pubblicitaria, al rispetto dei diritti fondamentali dei minori.
Sul piano del mercato, gli attori sono chiamati a una responsabilità altrettanto importante. I media non devono cedere alla tentazione di trasformarsi in piattaforme schiave delle logiche algoritmiche dei social – dovrebbero piuttosto saper tradurre i propri contenuti di qualità in formati fruibili sui social, intercettando le tendenze più vicine alle nuove generazioni. I dati Agcom, su questo, sono illuminanti: pur restando la lettura lo strumento informativo prevalente, i giovani si orientano molto più del resto della popolazione verso modalità alternative – quasi il 30% degli under 24 fruisce di contenuti informativi in modalità video, ben 12,2 punti percentuali in più rispetto agli ultrasessantacinquenni.
Infine, le piattaforme. Non possiamo certo pretendere che cambino il loro legittimo modello di business. Ma non dobbiamo dimenticare che il DSA – il Regolamento sui servizi digitali – pone un obbligo preciso in capo a loro: evitare che i propri sistemi di raccomandazione possano avere un impatto sul dibattito pubblico e sui processi democratici, in particolare sull’integrità delle elezioni a ridosso delle consultazioni elettorali.
Norme che, però, hanno senso solo se accompagnate da un enforcement effettivo – e oggi questo enforcement resta ancora piuttosto macchinoso – accentrato principalmente sulla Commissione europea, che talvolta sembra faticare a mantenere il passo con tutte le numerose e inedite problematiche segnalate dai diversi DSC nazionali come Agcom.











