La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza nella causa C-421/24, ha stabilito che Google può essere chiamata a rispondere dei video pubblicati su YouTube quando non si limita a ospitarli ma li seleziona, controlla e monetizza.
Io la chiamo #responsabilità editoriale
Il caso nasce da un provvedimento adottato nel luglio 2022 (Delibera n. 275/22/CONS) con cui Agcom comminava una sanzione da 750mila euro a Google Ireland per aver veicolato, attraverso i canali di un creator legato a YouTube da un accordo di partnership commerciale, la pubblicità di siti di #gioco d’azzardo in violazione del “Decreto dignità”.
I canali funzionavano di fatto come vetrine: video settimanali che reclamizzavano decine di siti di scommesse con vincite in denaro, abbonamenti a pagamento su tre fasce di prezzo versati direttamente alla piattaforma, e persino l’invito rivolto agli utenti, a prescindere dall’età, a inviare i propri video di vincita, che i gestori poi diffondevano.
Dal canto suo Google si è difesa invocando il regime di esonero dalla responsabilità riconosciuto agli hosting provider dall’articolo 14 della direttiva e-commerce, secondo cui un prestatore che si limita a memorizzare i contenuti forniti dagli utenti non risponderebbe della loro liceità, non essendo tenuto ad alcun controllo preventivo su ciò che viene caricato sulla piattaforma.
La Corte di giustizia europea, intervenuta su richiesta del Consiglio di Stato, è stata di tutt’altro avviso. Chi esamina un canale YouTube per concludere una partnership, e dunque un accordo di condivisione dei ricavi, acquisisce una conoscenza concreta di ciò che diffonde e non può rifugiarsi dietro le deroghe di responsabilità pensate, invece, per chi svolge un ruolo meramente tecnico.
Il principio è semplice e per certi versi decisivo: chi conosce, seleziona e monetizza non è un intermediario neutro e non può invocarne le tutele.
Questa pronuncia rafforza il lavoro che Agcom conduce ogni giorno e offre uno strumento in più per proteggere le persone, a partire dai minori, da contenuti, come la pubblicità del gioco d’azzardo, che l’ordinamento italiano espressamente vieta.
Nessuno vuole imporre alle piattaforme obblighi di controllo preventivo, ma non è nemmeno accettabile che vengano tollerati contenuti illegali o nocivi come quelli che istigato all’odio o alla violenza o promuovano comportamenti criminali.
Questa sentenza fa bene a tutti, anche alle stesse piattaforme.











