Se dalla rete venissero banditi contenuti nocivi e se ci impegnassimo tutti a garantire a bambini e adolescenti una navigazione più sicura, allora anche il dialogo su age verification e limiti d’accesso ai social sarebbe più sereno e mirato.
Una piaga da estirpare
La chiamano “cosmeticoressia”: bambine che condividono sui social routine skincare degne di una beauty influencer, mostrando prodotti di cosmetica come fossero accessori indispensabili.
C’è di che preoccuparsi, non solo per ragioni educative, ma anche sanitarie segnalate dai dermatologi che avvertono di quanto l’uso di retinolo, acidi esfolianti o altri principi attivi anti-età non solo sono inutili ma possono risultare persino irritanti, alterando una barriera cutanea ancora in sviluppo.
Quando c’è di mezzo la salute la questione si fa seria e ci obbliga ad interrogarci su come nasca nei giovanissimi questa esigenza di dedicare tempo alla cura di una pelle che non ha bisogno di essere curata.
È innegabile che i social svolgano un ruolo nella diffusione di questa moda visto il proliferare di baby influencer dedite alla skincare, fenomeno a cui il #Guardian ha dedicato un’interessante indagine dalla quale emerge che su 7.600 video TikTok dedicati alla skincare, circa 400 vedono protagonisti bambini sotto i 13 anni.
Quando l’infanzia diventa un nuovo segmento di mercato, il rischio non è solo di tipo sanitario, ma di trasmettere ai bambini l’idea che il loro aspetto abbia già bisogno di essere corretto, migliorato o perfezionato.
Non a caso, il tema è già sul tavolo delle Autorità: da un lato l’AGCM ha aperto istruttorie sulle pratiche commerciali di alcuni brand di cosmetica, dall’altro AGCOM, con il Codice di condotta per gli influencer, chiede trasparenza sulle comunicazioni commerciali e pone la tutela dei minori come vincolo trasversale per chi crea contenuti online.
Serve anche consapevolezza e su questo Agcom lavora da sempre introducendo nelle scuole secondarie il Patentino digitale finalizzato a sviluppare lo spirito critico necessario per riconoscere quando un bisogno è reale e quando, invece, è stato costruito.
Perché la tutela dei minori non significa solo proteggerli dai contenuti dannosi, ma anche da modelli culturali e commerciali che rischiano di anticipare i tempi della crescita.











