Alla sua immeritata morte. Intervista ad Alda Merini

da | 30 Set 2023 | Scripta |

MILANO. L’immagine di don Maurizio la tiene stretta tra le mani, per aiutare i ricordi. Pochi gli incontri con il sacerdote di Brentana, sufficienti però per lasciare il segno e per rimanere impietrita alla notizia della sua morte, volontaria, lo scorso 31 marzo. Alda Merini, una delle figure più importanti della poesia e della letteratura contemporanea, ha conosciuto e conosce il dolore, lo ha riversato e spesso combattuto nei suo versi. Quella «immeritata morte nel nome della fede e della poesia», però, come ha scritto nella dedica della sua ultima raccolta di poesie, “La carne degli angeli”, l’ha sconvolta, piegata, annichilita.

Nel suo appartamento sui navigli di Milano, in Ripa di Porta Ticinese, racconta del suo incontro col sacerdote, dello shock alla notizia della morte e della decisione di dedicargli quella che, confessa lei, sarà forse la sua ultima opera.
«Mi aveva cercata lui, per una conferenza in Brianza e per una intervista» -racconta la poetessa con uno sguardo intenso capace di aprirsi alla gioia ma non, in una occasione, di frenare una lacrima. – «Poi era venuto a trovarmi un paio di volte e ci eravamo rivisti in occasione di una presentazione in una biblioteca. Ero rimasta ammirata dalla buona educazione di quell’uomo, occhi bassi, uno sguardo mai sfrontato. Poi, quel giorno, dal segretario di monsignor Ravasi ho ricevuto la notizia della morte di don Maurizio. Mi è scoppiato il cuore» – prosegue divorando una delle tante sigarette senza filtro – Ho cercato di capire, ma è difficile: un atto sconsiderato, non condannabile, perché don Maurizio era un uomo. Da allora non ho scritto più nulla».
Quindi la decisione di dedicare al sacerdote, lui stesso poeta di fede e di straordinario equilibrio, la sua ultima raccolta di versi.

«Avrei dovuto dedicarla ad un altro sacerdote che opera in carcere. Mi è parso giusto non tanto santificare una morte, ma un uomo. Uno, del resto, muore come può». La Merini, che dice di aver rivisto una parte della sua storia, una fine del genere fatica ad accettarla. «Qualcosa lo ha spinto, questo è sicuro –  prosegue mentre rilegge alcuni versi di don Maurizio dedicati ai bambini di San Giuliano di Puglia –  Alcuni condannano chi fa poesia. Non credo gli fosse venuta meno la fede, forse era solo un po’ stanco, stanco delle dicerie, delle piccole calunnie. Se la poesia è castigata in questo modo, allora non ne voglio più sapere. Chi si adegua agli altri, primo o poi si uccide: questo è l’aforisma del giorno, lo scriva. A me viene solo in mente l’orrore dell’elettroshock: la maldicenza è un peccato capitale, è ora che la smettano di maledire e colpire, si guardino loro, la colpa è degli uomini non dei poeti. La gente impari a far del male a viso scoperto».

Pubblicato il 14 ottobre 2003 da Giornale di Vimercate

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